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La peccatrice pentita

Il capolavoro artistico riscoperto e restaurato in occasione del centenario dell’Asilo di Dairago


Immagine del ritratto della Maddalena
 
Dall’inventario patrimoniale dell’asilo si apprende che la fondatrice aveva appeso sulle pareti della direzione, oltre all’orologio a pendolo tuttora funzionante, un dipinto ad olio su tela con la sua cornice rimasto fino ad oggi pressoché ignorato.
Il dipinto (altezza 83,5 cm, larghezza 64,5 cm) si presentava in precario stato di conservazione, a cominciare dal telaio, tarlato e arcuato, e dalla tela, afflosciata e rotta in qualche punto. La superficie pittorica era ricoperta da uno spesso strato di sporco, dovuto all’alterazione delle vernici e all’accumulo di polveri e altri agenti inquinanti; inoltre presentava diverse cadute di colore, la più grave delle quali interessava la bocca del busto femminile rappresentato.
Della delicata opera di restauro si è fatta carico la grande specialista legnanese Danielle Rondanini, che negli scorsi mesi di settembre e ottobre 2003 ha condotto il lavoro con abilità e competenza.
I primi saggi di pulitura hanno dato un esito sorprendente; infatti, rimossa la patina superficiale, con appropriati solventi, apparivano integri nella loro vivacità i colori sia dell’incarnato sia dei capelli, dei gioielli e delle vesti. La restauratrice ha quindi proceduto alla foderatura della tela, alla sostituzione del vecchio telaio e alla completa pulitura del dipinto.
A questo punto l’artista ha intrapreso il restauro pittorico vero e proprio, pareggiando le lacune con un’apposita stuccatura a base di gesso e colla, per poi reintegrare la parti mancanti con acquerello rifinito con colori a vernice; infine, su tutta la superficie pittorica, ha steso uno strato di vernice protettiva e trasparente.
L’antica cornice lignea del quadro era stata ricoperta col passare degli anni da più mani di vernice, che formavano uno strato talmente spesso da nascondere le decorazioni intagliate negli angoli e sulla battuta, sagomata a tortiglione. Il dairaghese Osvaldo Olgiati, membro del consiglio di amministrazione, ha messo mano alla sverniciatura del telaio, rinvenendo le tracce della sua argentatura originale; di conseguenza ha meticolosamente ripristinato l’argentatura in foglia sull’intera cornice.

Il quadro ritrae la donna nota nella città come peccatrice mentre si scioglie i lunghi capelli, con riferimento all’episodio evangelico (Luca 7, 37-38) quando, durante la cena offerta da Simone il fariseo, postasi piangendo dietro i piedi di Gesù cominciò a bagnarli con le sue lacrime e ad asciugarli con i capelli del suo capo, poi li baciava e li ungeva con l’unguento in un atto di profonda umiltà e pentimento.
La testa reclinata della figura indica le sofferenze dell’anima, il colore livido dell’incarnato e l’atteggiamento pensoso sono gli attributi tipici della malinconia, mentre gli occhi sono segnati da scure occhiaie.
Sin dagli inizi, la tradizione accomunò nella liturgia e fece coincidere in un’unica donna, tre figure femminili del Nuovo Testamento, la prima è l'innominata peccatrice cui molto è stato perdonato perché molto ha amato, la seconda è Maria di Betania, sorella di Marta e Lazzaro, la terza è Maria di Magdala, la Maddalena liberata dagli spiriti malvagi da Gesù, che le si mostrò risorto, così come dice il Vangelo di Giovanni, il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino (il giorno di Pasqua), dopo che essa l'ebbe vegliato ai piedi della croce; la memoria di Maria Maddalena è celebrata il 22 luglio e la santa è considerata la protettrice delle peccatrici pentite. I Vangeli tuttavia non convalidano questa tradizione.
Nel dipinto, il personaggio femminile indossa un vestito serico elegante, per sottolinearne la vita dissoluta, dai colori rosso e violetto, espressioni della sua fragile umanità che l’ha condotta a peccare. L’abito è quello tipico del Rinascimento, col corpetto allacciato sul davanti, munito di spalle larghe e scollatura quadrata, da cui si scorge la pettorina di una camiciola. Le maniche della veste sono ampie e foderate di giallo, rivoltate e fissate alle spalle, così da lasciar vedere gran parte di quelle della sottoveste. Il ritratto testimonia l’uso stravagante dell’oro e delle pietre preziose per guarnire la stoffa degli indumenti.
Le donne italiane non amarono coprire la testa, preferirono ornarsi con nastri e gioielli, senza portare il cappello come le loro contemporanee europee; il viso raffigurato nel quadro è acconciato nel modo ritenuto più elegante e femminile, con fili di perle intrecciati tra i capelli, come se ne facessero parte.
A parere dello storico dell’arte Claudio Premoli

escludendo ogni riferimento ambientale, l’immagine della donna si propone in primo piano, secondo uno schema compositivo rivelatore dell’ambito culturale di provenienza dell’opera; un certo arcaismo dell’abbigliamento suggerisce legami con ambienti tardo-cinquecenteschi. Il taglio e la fattura del bel volto, intriso da un composto classicismo venato da leggera malinconia, non lasciano dubbi sul fatto che l’anonimo artista sia quasi certamente cresciuto in un ambiente culturale figurativo che si pone fra Emilia e Lombardia.
Quest’opera si accompagna degnamente alle numerose figure di sante dipinte fra il terzo e il sesto decennio del XVII secolo, da artisti quali Francesco Cairo e i fratelli Carlo Francesco e Giuseppe Nuvolone; sicuramente è riferibile ad un artista di ambito lombardo aperto alle correnti innovative del Seicento, adeguato ormai alle norme della pittura barocca, che conosceva Guido Reni e il Guercino nonché la contemporanea pittura genovese.


Sulla provenienza del quadro si può formulare un’ipotesi: Adele Rossetti lo ha levato dalle pareti della propria abitazione dairaghese e trasportato all’asilo. Infatti la benefattrice aveva ereditato, tramite il marito, l’abitazione della famiglia Rossi in Vicolo Tosi (oggi Via Fiume) che in precedenza, almeno dalla fine del Trecento e fino alla metà del Seicento, era stata la splendida dimora affrescata dei Vismara; il dipinto risale proprio all’epoca in cui fioriva a Dairago questa nobile famiglia.
Non mancano neanche i collegamenti tra il paese e la devozione alla Maddalena, dal momento che un vasto appezzamento di terreno in mezzo ai boschi conserva la denominazione di Maddalena, in quanto apparteneva già nel Cinquecento alle monache di Santa Maria Maddalena di Busto Arsizio, il cui monastero fu soppresso alla fine del Settecento con la conseguente vendita dei beni di Dairago, costituiti da case e terreni. Al posto dell’antica brughiera, negli anni cinquanta del secolo scorso è sorta l’attuale Cascina Maddalena.

Gruppo di Ricerca Storica

Tratto da: GRSD, C. PREMOLI, Torna alla luce del giorno la “peccatrice pentita”,
“Dairago”, a. XV, n. 4 (dicembre 2003), pp. 1-3.
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